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TERZA PAGINA

La Campania nell’antichità

Un passo dell’abate Romanelli

martedì 13 gennaio 2009, di redazione

Le condizioni della Campania di oggi sono miserevoli e riempiono il cuore di tristezza. Miserie sotto tutti i punti di vista, politico e sociale, umano e ambientale. Le cronache quotidiane sono piene di esempi, ma soprattutto quello che è sotto gli occhi di tutti lascia poco spazio all’immaginazione. Allora facciamo un viaggio a ritroso nel tempo facendoci accompagnare dall’abate Domenico Romanelli che nel 1819 pubblica una Antica Topografia Istorica del Regno di Napoli. Vediamo cosa dice a proposito della nostra Regione nell’antichità nella speranza, affievolita ma non smarrita, che essa torni ad essere sana, rigogliosa e bella.

Eccoci ora a quella felice Campania, che per la sua incredibile fertilità fu appellata da Cicerone: fundum pulcherrimum populi Romani, caput pecuniae, pacis ornamentum, subsidium belli, fundamentum vectigalium, horreum legionum, solatium annonae: i cui abitanti furno da lui stesso caratterizzati semper superbi bonitate agrorum, et fructuum magnitudine, aeris salubritate, et regionis pulchritudine: a quella felice Campania, che fu anteposta da Floro non solamente all’Italia, ma a tutta la terra, per la dolcezza del clima, per l’ubertà del suolo, e per la feracità del mare, onde appellavasi il perpetuo contrasto tra Bacco e Cerere pe’ doni ricchissimi che queste due divinità sembravano profondere a gara in questo suolo: Omnium non modo Italia, sed toto orbe terrarum pulcherrima Campaniae plaga est: nihil mollius coelo, ubi bis floribus vernat: nihil uberius solo, ideo Liberi, Ceterisque certamen dicitur, nihil hospitalius mari: a quella felice Campania infine, dove al dire di Plinio incominciano a vedersi i colli coperti di viti, e dove si ammira l’eterno certame, comne si esprimevano gli antichi, tra Cerere e Bacco.

Qui fanno vaga mostra i campi Vescini e Cecubi, a quali si unirono i Falerni ed i Caleni. Sorgono poi i colli Massici, i Gaurani, ed i Sorrentini, e quindi i campi Laborini, i cui lidi sono innaffiati da acque calde e d i cui mari abbondano di conchiglie e di pesci ricercati. Non v’ha altra regione che produca olio più squisito. Questo campo dell’umana voluttà fu la sede degli Osci, de’ Greci, degli Umbri, de’ Tusci, e de’ Campani: Hinc felix illa Campania est. Ab hoc sinu incipiunt vitiferi colles, et tumulentia nobilis succo per omnes terras inclyto, atque (ut veteres dixere) summum Liberi patris cum Cerere certamen. Hinc Setini (leg. Vescini) et Caecubi proteduntur agri. His juguntur Falerni, Caleni. Dein consurgunt Massici, Gaurani, Surrentinique montes. Ibi Laborini campi sternuntur et in delicias alicae populatur messis. Haec littora fontibus calidis rigantur, praeterque cetera in toto mari conchylio, et pisce nobili adnotantur. Nusquam generosios oleae liquor: et hoc quoque certamen humanae voluptatis tenuere Osci, Graeci, Umbri, Tusci, campani.

Perché questa regione si appellasse Campania non è leggiera la disputa tra i nostri moderni scrittori. Taluni ricorsero a Capi fonditore di Capua, attaccati al verso di Virgilio: Et Capys, hinc nomen Campanae ducitur urbi, di cui volendoai Servio tessere la storia affermò sulle tradizioni degli antichi, o che fosse trojano, anzi consobrino di Enea, o figlio di Capeto ed avo di Tiberino, o giusta il parere di altri di origine Sannite.
Questa opinione era così ricevuta presso gli antichi Capuani che ne mostravano purranche il sepolcro: ma per disgrazia questo eroico monumento non durò, che sino ai tempi della colonia romana dedotta a Capua per la legge Giulia, come si ha da Svetonio. Allora i coloni romani rompendo antichissimi sepolcri per alzar ville, e per raccogliervi vasi con altre antichità incontrarono la tomba di Capi, dove trovarono una lamina di bronzo con greca iscrizione nella quale si prediceva che quando le ossa del fondatore di Capua fossero scoverte, Cesare sarebbe ucciso in senato. O falso, o vero che fosse questo bronzo, che doveva piuttosto essere scritto in osco e non in greco, non mancarono i Capuani di prestarvi credenza.

Più ragionevole è l’altra opinione sostenuta da tutti gli antichi, che la Campania fosse così detta a campo, cioè dalla sua fertilissima ed ubertosa campagna. Il primo fu Varrone riportato da Servio nel detto luogo di Virgilio: Varro dicit propter Caeli temperiem et cespitis foecunditatem Campum eundem Capuanum, sive Campanum dictum, quasi sinum salutis et fructuum. Fu ripetuto da Livio: Capuam ab duce eorum Capye, vel (quod proprius vero est) a campestri agro appellatum, e finalmente da Plinio, per tralasciar altri molti: Capua ab campo dicta. Secondo il Cluverio ed il Pellegrino l’antico nome di Capua esser dovette quello di Campua, dell’agro campano, la cui etimologia di deve ripetere dagli Etrusci, che, abolito il nome di Opicia così detto dagli Opsci, o dagli Osci, introdussero l’altro di Campania.
Questa divinazione Cluveriana si conferma oggi dalle monete appartenenti a Capua non vedute né da Cluverio, né dal Pellegrino, nelle quali leggesi in etrusco retrogrado Canp, come fu letto rettamente dal marchese de Attellis e non già KARV, come si lesse dall’Olivieri, dal Daniele e dal sig. Avellino. Il suddetto de Attellis derivò questo vocabolo non già dall’ampiezza e dalla fertilità della campagna, come opinarono gli antichi, ma piuttosto dall’etrusco Camp, o Campa, che significa bruciato, onde da Livio si disse agro campestre, o da’ Greci campo flegreo. Egli vi riunisce molta erudizione. Altra moneta vien da’ nummologi attribuita alla regione Campana co’ tipi di Pallade galeata e di un toro con volto umano, ed intorno la leggenda greca retrograda ONAPMAK. Ma l’epigrafe greca ci mostra che la moneta non debba appartenere a’ Campani, i quali usavano costantemente l’osco o l’etrusco, ma piuttosto a’ que’ campani Sicoli, che divennero padroni di Entella, come fu dimostrato dal principe di Torremuzza nella sua Sicilia Numismatica.

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