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TERZA PAGINA

Il coraggio del ricominciamento

mercoledì 11 febbraio 2009, di redazione


Il secondo racconto del volume ‘Passi nella notte’ (Franco Di Mauro Editore) del Vescovo Aiello porta con sé numerosi interrogativi sul piano della esegesi strutturale e dell’impianto stilistico.

Il racconto DIES NATALIS narra della drammatica vicenda di un prete-figliuol prodigo (don Andrea) che abbandona la chiesa e il suo anziano vescovo-padre per amore di una donna. Il racconto è anche un dialogo tra muti, tra due persone che non riescono a comunicare, e che sono attanagliate e ferite dal senso di colpa, dal senso dell’abbandono e del tradimento, dal sentimento della incapacità di tener dritta la rotta sotto i colpi dei loro temperamenti.

Certamente il lettore avverte subito, a pelle, visivamente, come i due protagonisti siano quasi separati in modo irreparabile e drammatico quando entra in scena la seconda voce narrante, la voce di Andrea, che è presentata sulla pagina con caratteri in corsivo e parla in prima persona; invece la voce del vescovo è in terza persona e con carattere normale. Nel mentre la voce narrante in terza persona ci presenta un vescovo umile, come ‘l’Autunno di Vivaldi o come un “adagio” colmo di gratitudine.’ (pag. 31) Il settantacinquenne prelato sta facendo ‘il conto alla rovescia per il giorno in cui sarebbe stato liberato dal peso del governo di quella diocesi che aveva dovuto sopportarlo – erano parole sue – per ventidue anni’ (pag. 35). E dall’alto della sua veneranda età si pone a riconsiderare l’azione del suo ministero: azione complessa e ricca di risultati, ma non priva di fallimenti. Uno dei quali è considerato l’abbandono da parte di Don Andrea del sacerdozio.

Ciò che mi ha colpito ad una seconda lettura è la presenza discreta, ma rilevante, di alcuni tic stilistici, forieri di profondi significati e che determinano una precisa caratterizzazione dei personaggi. Quando il Vescovo-padre si eleva in affermazioni gnomiche, filosofiche, di fede, o distilla gocce di saggezza, non lo fa mai con saccenteria o con alterigia, con fastidiosa ostentazione della sua cultura. Il vescovo lo fa con umiltà, utilizzando espressioni linguistiche di vario tipo: ‘concordava con gli antichi che la “senectus” è già di per se stessa una malattia’ (pagg. 31 – 32); oppure ‘Forse la maturità spirituale – si diceva – non consiste tanto nell’agitarsi scoppiettante del ceppo, ma nella muta rassegnazione a consegnarsi alla fiamma senza più difese’ (pag. 32). Il valore stilistico di tale strumento retorico è alto perché queste brevi espressioni allocutorie, ‘Concordava con gli antichi’ (pag. 31), ‘Forse’(pag. 32),’no, non citerò il Salmo 50’ (pag. 34), ‘si sa’ (pag. 39), ‘si trovò a dire sottovoce’ (pag. 43), rivelano un modus narrandi che punta a convogliare un senso di conversazione tra amici, tra uguali, in cui nessuno dei dialoganti prevale sull’altro: nessuno dei locatori è superiore all’altro. Il narratore sembra voler incoraggiare il lettore a mettersi alla pari con lui, lo invita a soffermarsi con calma e serenità su quanto affermato, lo prega di ricercare sue verità e proposte. E’ come se il Vescovo-padre abbia in massimo conto l’attenzione del lettore senza generare in lui alcun senso di inferiorità o incapacità; con il lettore egli vuole dialogare e tenere sempre acceso il canale di comunicazione. E’ come se il vescovo-padre voglia farsi perdonare l’abbandono di Don Andrea, determinato dalla sua incapacità di comunicare con il giovane prete.

E’ altrettanto significativa, di contro, l’assenza di questi vezzi linguistici nello stile del giovane sacerdote. Don Andrea mostra certezze granitiche e determinazione di fronte alle domande del suo Vescovo: ‘Cosa c’è, Andrea, che non va? Risposi che andava tutto bene e fui sincero, ma non vero…Non le dissi (…) del gruppo di giovani coppie che seguivo, dei messaggi che da tempo ricevevo sul telefonino, degli occhi verdi di una Madonna di Filippo Lippi…’ (pagg. 41 – 42). Andrea non ha bisogno di tenere acceso il canale di comunicazione con il suo Vescovo; è tutto piegato su se stesso, travolto da un amore irrefrenabile, è lì, nel gorgo della passione che monta, crea fossati, valichi, abissi dagli altri e si consegna al fallimento sicuro.
Quando due persone vivono insieme, ovunque, anche dentro la Chiesa, senza essere in grado di gestire le difficoltà della comunicazione, allora inevitabilmente vi sarà black out, incomprensione, isolamento, solitudine, disperazione, scelte sbagliate. I brevi tic linguistici del vescovo sono puntelli altamente significativi, sono barbacani che sostengono le mura cadenti di antichi palazzi costruiti per impedire il crollo, la disfatta, il dolore e il pianto.
Ho sentito in questa marca stilistica la lezione del grande Joseph Conrad, che fin dagli inizi del XX secolo era ossessionato dal contatto con il lettore: lui diceva ‘Only connect’, cioè lo scopo principe è la vera comunicazione. Il Vescovo 75enne sa benissimo quanti danni abbia arrecato alla umanità la ricerca da parte di avanguardie, neo – avanguardie, post – avanguardie la netta volontà della incomunicabilità, che ha portato molta parte della letteratura italiana a parlare solo agli addetti al lavoro, in una sorta di setta esoterica. E dalle pagine dei libri l’incapacità di comunicazione si è riverberata su tutta la civiltà occidentale. Ho sentito un senso di liberazione nel rilevare questo tratto stilistico, perché i due racconti sono un’ulteriore dimostrazione che un’epoca è alle nostre spalle e si sta affacciando una nuova, tutta da costruire, ma consapevole che la costruzione parte dal convincimento che comunicare è tutto, solo comunicando si realizza un’azione di agnizione del sé e dell’alterità; solo un sincero passaggio di informazioni, di sentimenti, di emozioni può consentire di entrare nel mondo interiore del prossimo e svolgere un’azione educativa e formativa.

Ma in maniera inequivocabile il racconto è la riscrittura in chiave moderna della parabola del figliuol prodigo (Lc 15, 11 – 55), di un figlio prodigo (pag. 44) che figlio sull’orlo dell’abisso (46), è naufrago (pag. 52), Giuda (pag. 55) e che alla fine ritorna a casa (pag.56), alla casa del Padre. Non è un caso che tutta la narrazione sia segnata dalla presenza della parola Padre. Ben 15 volte Andrea si rivolge al suo Vescovo chiamandolo padre. L’invocazione del Padre è una sorta di implorazione a se stesso e al vescovo. A se stesso perché intende esorcizzare l’intima rottura perpetrata con lui, vuole attutire il dolore del suo discostarsi interiormente dal mondo del padre. Lo invoca, lo chiama, lo ripete quasi ossessivamente per farsi perdonare l’allontanamento ‘da ciò che è proprio e da ciò che è autentico’ (Benedetto XVI Gesù di Nazaret, pag. 241). Si rivolge al padre perchè ne sente forte il legame affettivo, ma sa anche che questo affetto non è sufficiente a fermarlo.
La ripetizione di 15 volte di Padre è una sorta di basso ostinato che funge da sottofondo e da architrave dell’intero racconto. Tant’è che quando don Andrea non lo usa se ne sente la mancanza e il vuoto è percepito nella sua devastante gravità: ‘Eccellenza, devo parlarle…Per la prima volta non usò il termine “Padre” con cui soleva rivolgersi a lui. L’anziano raccolse quel titolo come uno schiaffo.’ (pagg. 44 – 45).

L’analogia con la parabola continua con la dilapidazione dei beni. Sebbene sia meno evidente, nel racconto Don Andrea sottrae danaro dal conto corrente del vescovo e non è mai denunciato per il furto. Come il figlio della parabola, egli vuole godersi la vita fino in fondo, assaporarla nella illusoria dolcezza del miele della vita libera da vincoli e da responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Egli vuole vivere radicalmente se stesso e bere dalla coppa del piacere. Ma inevitabilmente colui che è stato completamente libero ora diventa veramente schiavo perdendo la vera libertà, la libertà dello spirito e dell’anima, la libertà dell’essere e dell’essere prete. Anche don Andrea torna frastornato, deluso, sconquassato nell’intimo, senza più punti saldi e da lontano guarda la cattedrale e la persona che vi vive come la sua salvezza ed ha il coraggio di ammettere il suo fallimento.

Le ultime due pagine sono un vero cammeo letterario, segnate da un forte contrasto tra l’incalzare degli avvenimenti e il passo lento della narrazione, il flusso rallentato delle proposizioni che scorrono lievemente, quasi dolcemente e senza affanno. Ed è questo ritmo rallentato, quasi da moviola, che la dice lunga, più delle parole, del parossismo di don Andrea perché sta a segnare la pace dell’animo tormentato riconquistata, la pace interiore ritrovata. Egli sa di avere vissuto nel proprio intimo l’esperienza della conversione, cioè “di essere andato in un paese estraneo e che ora è tornato verso di sé”, di aver fatto il ritorno a casa. E con il vocabolo ‘casa’ termina il racconto a mò di suggello e di consegna dell’autore al lettore a continuare a fare esperienza di riconversione, esperienze di ‘ricominciamento’ direbbe il grande poeta Mario Luzi.

Mi sono chiesto più volte perché l’autore abbia scelto lo strumento della forma-racconto e non quello della forma-romanzo per comunicare ai lettori il caleidoscopico universo della vita e della fede. Oggi agli inizi del XXI secolo. Più insistevo nella domanda e meno mi convincevano le risposte. Poi, come sempre accade, d’improvviso la risposta più efficace. Il vescovo ha scelto il racconto, pur potendo scrivere un voluminoso, articolato, complesso e ricco romanzo, perché egli intende parlare ai giovani e ai giovanissimi, non tanto al fedele adulto e maturo, cresciuto con i lunghi romanzi tra le mani. Egli ha scelto come referente privilegiato il giovane, del quale conosce gli aneliti, le lacerazioni, i conflitti dello spirito e della carne. Ma ne sa anche il costume della fretta, della mentalità mordi-e-fuggi, dell’abitudine a passare velocemente da un canale ad un altro e contemporaneamente a prestare attenzione al programma televisivo, alla musica del suo mp3, a leggere i messaggini sul cellulare. Egli ha voluto mettere nella camera del nostro giovanissimo il libro, quasi nascosto tra lettori cd, mp4, play station, telefonini, vicino allo schermo del pc, nella certezza che, accendendo il computer, la mano del ragazzo o della ragazza cadrà sui racconti e con la curiosità tipica dell’età inizierà a leggerli ed esserne catturato. E così il libro crea le condizioni di un incontro vero che solo la buona letteratura riesce a realizzare: l’incontro con sé stessi perché ogni racconto è l’incontro di una urgenza morale, nel nostro caso un’urgenza di fede, inderogabile e drammatica, che, come dice il critico letterario Alfonso Belardinelli, è l’urgenza di ‘conoscere se stessi, di riconoscere la propria figura e costellazione di destino’.

Prof. Giuseppe Rotoli

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