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Nuovo appuntamento con i Grandi del passato per la rubrica "Pagine scelte"

Il rispetto delle leggi secondo Socrate

domenica 21 settembre 2008, di redazione


...

IX.

SOCRATE Dunque, essendo noi di accordo in questo, rimane a considerare se è giusto ch’io tenti di uscire di qua, non dandomene gli Ateniesi la licenza; ovvero se non è giusto. E caso che ci paia giusto, tentiamo; se no, lasciamo stare. Perché quell’altre considerazioni, la spesa, il vociare della gente, i figliuoli che non c’è modo di camparli, son buone, bada, per cotesto volgo leggero, che ti uccide senza una ragione al mondo, e ucciso che t’ha, senza una ragione al mondo, potendo, ti revocherebbe a vita. Ma noi, guarda se piuttosto non ci convenga esaminare, dacché cosí richiede la ragione, se noi operiamo giustamente pagando con danari e con ringraziamento coloro che mi traggon di qua; se operiamo giustamente quelli ed io, quelli che mi traggono e io che mi lascio trarre; ovvero se iniquamente; e caso ci paia che iniquamente, guarda se convenga, alla morte, o a che altro di peggio ci possa cogliere restando qui con tranquillo animo, piuttosto non pensarci, che fare cosa ingiusta.
CRITONE Dire, dirai bene; ma, Socrate, bada che fai.
SOCRATE Badiamoci insieme, o buono uomo: e se tu hai modo di ribatter le mie ragioni, ribattimele pure, ché io ti ubbidirò; se no, lascia, beato uomo, di ricantarmi che bisogna che io mi parta di qua, a dispetto degli Ateniesi: perché, se l’ho a fare, vo’ farlo con il tuo consentimento, non con la tua riprovazione. Guarda se a pigliare di qua le mosse per questa disamina sta bene; e come credi meglio, procura di rispondere alle mie domande.
CRITONE Procurerò bene.

X.

SOCRATE Diciamo che non s’ha in nessun modo a fare ingiustizia volontariamente; o in un modo si può, e in un altro no? o il fare ingiustizia non è in nulla buono né bello, come detto è in passato piú d’una volta, e come io diceva anche ora? O che se ne siano belli andati in questi pochi dí tutti quegli accordi di prima, tanto che noi poveri vecchi è un pezzo che disputiamo tutti accigliati, non ci accorgendo d’esser proprio fanciulli? O la cosa sta pure cosí come noi si diceva allora; e, o che dica di sí la gente, o di no, o che ci tocchi di patire guai piú grossi di questi, o piú lievi, il fare ingiustizia è, a chi la fa, cosa laida secondo tutt’i rispetti e malvagia? Lo diciamo noi questo, o no?
CRITONE Lo diciamo.
SOCRATE Dunque non s’ha a fare ingiustizia per nessun modo.
CRITONE No.
SOCRATE Né chi ricevette ingiustizia, può, come crede la gente, renderla alla sua volta; da poi che ingiustizia non si può fare per nessuno modo.
CRITONE Par di no.
SOCRATE Ed è giusto, secondoché dice la gente, render male per male, o no?
CRITONE No di sicuro.
SOCRATE Perché, il far male agli altri, niente non differisce dal fare ingiustizia.
CRITONE Dici vero.
SOCRATE Adunque non si dee rendere a nessuno ingiustizia per ingiustizia, male per male, qual ch’ella sia la ingiuria che abbi ricevuto.
CRITONE No.
SOCRATE Bada, Critone, tu forse non dici come pensi; perché io so bene che sono e saran pochi quelli che la intendon cosí. E questi tali non possono aver consiglio insieme con quei che la intendono diversamente; ma è di necessità che, ragguardando essi a loro divisamenti contrarii, si disprezzino. E però considera se tu con me sei d’un sentimento; e, volendo prendere noi un partito, appoggiamoci a questo principio, che mai non istà bene fare ingiustizia, e neanco renderla e contraccambiar male con male. O tu non la senti come me, e rigetti questo principio? Per me tanto l’ho pensata cosí da un pezzo, e la penso cosí anche al presente; tu, se mai ti par altrimenti, parla e insegnami; se poi sei rimasto saldo nell’opinione di prima, sta’ a udire quello che segue.
CRITONE Son rimasto saldo io, e la penso come te: di’ pure.
SOCRATE Ecco quello che segue; ma è meglio ch’io domandi: - Se l’hai conosciuta giusta una cosa, l’hai tu a fare, o tu poi scansarti?
CRITONE La ho a fare.

XI.

SOCRATE Ora, guarda piú in là un poco. Andandomene via di qua e disobbedendo al comune, noi facciamo male ad alcuno, anzi a chi manco si converrebbe, o no? e stiamo saldi ne’ principii di giustizia, ne’ quali ci siamo messi di accordo?
CRITONE Non posso rispondere a quello che domandi tu; ché non intendo.
SOCRATE Su via, guarda la cosa da questo lato. Se stando noi su le mosse per fuggir via di qua (la parola fuggire non ti piace? di’ come tu vuoi), ci venissero incontro le leggi e l’istesso comune personalmente, e, piantandocisi in faccia; domandassero: - Socrate, di’ a noi: che hai tu in mente di fare? Credi tu fare altro con cotesta impresa, se non, quanto è da te, abbatter noi e la città tutta quanta? O ti pare egli possibile che stia ritta una città e non si sottovolti, dove le sentenze dei giudici non han valore, e privati cittadini le fanno vane e calpestano? - Che risponderemo noi a questi e altri simiglianti rimproveri? Per certo ci sarebbe a ridire molto, specialmente se uno è retore, per discolparsi dell’aver conculcato la legge, la quale vuole che le sentenze abbiano loro effetto. O risponderemmo che la città ci ha fatto oltraggio, e ch’ella non ci ha giudicati secondo ragione? Risponderemmo cosí, o in altra maniera?
CRITONE Cosí, per Giove.

XII.

SOCRATE Ma ripiglierebbero le leggi alla loro volta: - Questo, o Socrate, fu il patto fra noi e te? o per contrario fu che tu dovessi accomodarti alle sentenze che proferirebbe il comune? E se ci maravigliassimo noi di questo loro parlare, elle seguiterebbero forse, cosí dicendo: - Non ti maravigliare, Socrate, ma rispondi, da poi che anche tu hai in usanza di domandare e rispondere: di’, che hai tu da rinfacciare a noi, ché tu cerchi le vie di darci morte? Non t’abbiamo noi dato vita? imperocché per noi tuo padre prese in moglie tua madre e ti ebbe messo al mondo. Orsú, parla schietto: tra noi leggi hai a fare tu alcuna riprensione a quelle ordinate ai matrimonii, parendoti che non vadan bene?
- Non ne ho a fare, - risponderei io.
- E ne hai forse per le leggi su l’allevamento e ammaestramento dei fanciulli, secondo le quali leggi tu fosti allevato e ammaestrato? Che? elle non hanno fatto bene, comandando a tuo padre di addisciplinarti nella musica e nella ginnastica?
- Bene, - risponderei io.
- E dacché tu per cagion di noi fosti generato, allevato e ammaestrato, puoi dire che tu non sei nostro figliuolo e nostro servo, tu e i tuoi avoli? E se egli è cosí, credi che noi e tu abbiamo ugual diritto; e che sia giusto, qualunque cosa facciamo noi a te, che tu la rifaccia anco a noi? O laddove tu non avevi ugual diritto inverso tuo padre, o il tuo padrone, se mai avuto lo avessi, sí che quel che pativi tu, potessi farlo patire a loro, e rampognato rampognare, percosso percuotere, e cosí via dicendo: fra patria poi e leggi da una parte, e te dall’altra, la cosa vada diversamente; sí che se noi ci apparecchiamo a ucciderti, reputando ciò giusto, e tu anche alla tua volta a tutto tuo potere ti apparecchi a uccidere noi leggi e la patria: e, facendo cosí, dici di far cosa giusta, e tu, tu lo dici, il custode della virtú? O sei tanto sapiente che non sai che, piú che il padre e la madre e tutti gli altri congiunti, è da onorare la patria, e che ella è venerabile e santa piú di tutti e piú in luogo alto e appresso agl’Iddii e appresso agli uomini sani d’intelletto; e che si deve essere verso lei riverenti e umili, piú che non verso il padre, e carezzarla, fosse anche aspra con noi; e che, quel ch’ella comanda, si dee fare volenterosamente; e se alcuna cosa vuole che noi patiamo, patir si dee, senza fiatare; e se ci vuole anche battere, o gittarci in carcere, o menarci in guerra a esser feriti o morti, s’ha a inchinare il capo; è giusto; e non s’ha a balenare, non ritrarsi, non abbandonar le ordinanze; e in guerra e in tribunale e in ogni dove s’ha a fare tutto ciò che dice la patria, o, al piú, se ciò ch’ella domanda non ci par giusto, persuaderla con maniere dolci; ma, far violenza, non è santa cosa, né a farla al padre, né alla madre, e tanto piú alla patria? - Che risponderemo, o Critone, a queste ragioni? risponderemo che le leggi dicono vero, o no?
CRITONE Dicono vero, mi pare.

XIII.

SOCRATE E poi, mi penso che direbbero cosí: - Socrate, guarda ora se diciamo vero, che tu ci fai oltraggio facendo quello che ti disponi a fare. Perciocché noi, dopo averti generato, nutricato e ammaestrato, e messo insieme con gli altri a parte di tutt’i beni, secondo che potevamo, t’avvisammo innanzi; e, come te, cosí similmente ogni Ateniese pervenuto ch’è in età d’esser cittadino e preso che ha contezza dei costumi della città e di noi leggi; t’avvisammo, che caso non ti garbiamo, noi ti diamo la licenza di torre teco tutta la tua roba e andartene dove ti piace: perché nessuna di noi leggi vieta e impedisce ad alcun di voi Ateniesi ch’e’ non se ne vada in alcuna colonia, se mai è scontento di noi e della città, e non si tramuti dove che sia, portando con sé le cose sue. Dunque, se un di voi rimane in Atene dopo che veduto ha il modo come noi definiamo le liti e governiamo le altre faccende del comune, egli, diciamo, coi fatti s’è già obbligato verso noi a far quello che gli comandiamo; e, non obbedendo, diciamo che egli ci fa villania in tre maniere: la prima, che non ubbidisce a noi che gli fummo madri; la seconda, che non ubbidisce a noi che gli fummo balie; la terza, che non ubbidisce dopo che promesso avea di ubbidire, e non cura neanche, caso che noi falliamo, di chiarircene per via di ragioni; e avendogli proposto benignamente, non già comandato con asprezza, d’osservare tutto ciò che noi ingiungiamo, e lasciato in sua balía o di aprirci gli occhi su i nostri falli o di ubbidire, egli né fa una cosa né l’altra.

XIV.

Vedi, Socrate: son queste dunque, te lo diciamo noi, le colpe che graveranno sopra te, se fai quello che tu hai in mente; e non graveran meno, ma piú che non su qualsivoglia altro Ateniese. E se io rispondessi: - Perché? - Perché (questo mi rinfaccerebbero, a ragione forse) io piú che gli altri mi fui accordato con loro in questi patti. - E abbiamo grandi prove, - direbbero, - che ti piacevamo noi e la città; imperocché non ti stavi in questa città piú che niuno Ateniese non facesse giammai, se ella non piaceva piú a te che agli altri. In vero, non sei mai uscito fuori della città per la bramosia di vedere spettacoli, salvo la volta che sei andato all’Istmo; ma non sei andato mai altrove, eccetto come soldato in caso di guerra; né hai fatto mai alcun viaggio come gli altri uomini; né mai ti prese vaghezza di vedere altre città né altre leggi: ma noi e questa città ti bastavamo; tanto ci amavi! e t’eri già acconciato a far vita secondo noi. E poi qui tu hai fatto figliuoli, qui, perché ti piaceva la città. Ancora in quel che si faceva il giudizio, t’era lecito per penitenza prendere da te lo andare in esilio; e ciò che ti disponi ora a fare a dispetto della città, potevi fare tu allora col suo consentimento.
Ma allora ti facevi bello dando vista di non pigliartene all’idea che bisognasse morire; anzi dicevi meglio voler la morte, che l’esilio; ed ora non arrossisci di quei vantamenti, e non ti cale di noi leggi, da poi che tenti di abbatterci; e non altrimenti fai che al modo che farebbe uno schiavo vilissimo, ingegnandoti di scappare contro i patti e li accordi di fare vita con noi. Va’, la prima cosa rispondi: diciamo noi vero, che tu avevi fatto l’accordo, a opere, non a parole, di regolare secondo noi la tua vita? o non diciamo vero?
A questo, o Critone, che risponderemo, se non che l’accordo fu fatto?
CRITONE Di necessità, o Socrate.
SOCRATE E seguitando, direbbero cosí poi: - Che altro fai tu ora, se non rompere quei patti e quegli accordi che avevi fermati con noi? Né li fermasti per forza, né tiratovi a inganno, e neanco per partito dovuto pigliare a fretta e furia; ché hai bene avuto agio a pensarci su per ispazio di anni settanta, ne’ quali te ne potevi pure andar via, se non ti piacevamo, e se gli accordi non ti parevan giusti. Ma tu né ci mettesti innanzi Sparta, né Creta, le quali tutto dí stai a dire che si reggono con buone leggi, né alcun’altra delle greche città o barbare; anzi di qua mai non ti sei mosso, peggio che i zoppi, i ciechi e gli altri sciancati; tanto piaceva questa città piú a te, che a niun altro Ateniese: e anche noi leggi, egli è chiaro; perché a chi piacerebbe una città senza leggi? E ora non vuoi stare ai patti? Sí, se dài retta a noi, o Socrate, e non farai la figura ridicolosa a scappare.

XV.

Considera appresso: rompendo questi patti, macchiandoti di tale peccato, qual bene procaccerai a te e ai tuoi amici? Che tu metterai i tuoi amici nel pericolo d’essere sbandeggiati dalla città, o di esser privati di tutte le loro sostanze, è chiaro quasi. Quanto a te, poi, se ti rifuggirai in alcuna delle città piú vicine, come Tebe o Megara (ché si reggono con buone leggi tutt’e due), tu entrerai là come un ch’è nemico del loro reggimento. E quelli che hanno a cuore la loro città, ti guateranno con occhio bieco, immaginandosi che tu sii un corruttore delle leggi: e raffermerai nell’animo de’ giudici la credenza che abbiano giudicata la tua lite dirittamente; imperocché, chi è corruttor delle leggi, può ben parere corruttore de’ giovani e della gentuccia ignorante. Che? fuggirai le ben governate città e gli uomini costumati? Ma allora che te ne fai tu della vita? O t’accosterai a loro e appiccherai discorsi come uomo sfacciato? Ma quali? quelli che facevi qua, o Socrate, cioè essere la virtù e la giustizia e le costumanze e le leggi cose da tenere in grandissima riputazione? e non credi che allora il fatto tuo sarà una vergogna? Bisogna bene che tu lo creda. Ma tu! ti leverai di questi luoghi; anderai in Tessaglia, presso agli ospiti di Critone: imperocché ivi è molto grande scompiglio e sregolatezza; e volentieri ti udirebbero forse raccontare in qual maniera ridicolosa tu sii fuggito dalla carcere imbacuccato in un manto, o coperto di alcuna pelle, o in alcun’altra forma camuffato, come sono usati di fare quelli che scappano; e, di piú, con la faccia disfigurata. Ma che tu, vecchio a cui resta da campare piú poco, osasti cosí desiderare avidissimamente di vivere, passando sopra le leggi piú sante, non te lo dirà nessuno? Può essere, se tu a nessuno non farai noia; ma se no, Socrate, oh quante ne sentirai! delle belle! delle cose indegne fin di te stesso! Tu vivrai, dunque, servendo a tutti e chinando il collo. E come te la passerai in Tessaglia? satollandoti ai banchetti di questo e di quello, come se tu fossi andato colà a posta, per mangiare. E quei bei discorsi su la giustizia, su le altre virtú, dove sono andati? Ma, vuoi campare per via dei figliuoli, per nutricarli e ammaestrare. Che? in cotesta maniera li nutricherai tu e ammaestrerai, menandoli in Tessaglia, facendoli forestieri, acciocché abbian da te anche questo gran bene per sopraggiunta? Ovvero questo no, e li lascerai qua ad allevare? Ma credi che vivo te, con tutto che lontano da loro, ei s’alleveranno e si tireranno su meglio? Dirai: «I miei amici cureranno di loro». Bella! se te ne parti alla volta della Tessaglia, li cureranno: e se te ne parti alla volta dell’altro mondo, non li cureranno? Va’ là, se è da aspettare alcun bene da quelli che si dicon tuoi amici, fidati.

XVI.

E però, Socrate, da’ retta a noi, alle tue nutrici: de’ figliuoli, della vita e d’ogni altra cosa che sia nel mondo, non volere tu far piú conto che del giusto; acciocché, disceso nell’Ade, tu abbi tutti questi argomenti da esporre in cospetto di coloro che tengono laggiú imperio. Perché, quassú, egli è palese e a te e ai tuoi, che ciò che tu intendi fare, non è il tuo meglio, e non è la cosa piú giusta né piú santa; e né anco sarà il tuo meglio laggiú. Sicché se tu ora muori, muori ingiuriato, non da noi leggi, ma sí dagli uomini; ma se tu fuggi, pagando cosí vergognosamente ingiuria con ingiuria, male con male, i patti e gli accordi da te fermati con noi rompendo, e chi meno si convenia offendendo, cioè, te medesimo, e amici, e patria, e noi; noi ti staremo in collera insino a tanto che tu avrai fiato; e laggiú le nostre sorelle, le leggi d’inferno, non t’accoglieranno benignamente, sapendo che ti sei provato di abbatterci e di umiliare quanto potevi. Onde non ti lasciar sobillare da Critone, che tu innanzi faccia quello che dice egli, che quello che diciamo noi.

XVII.

Queste cose, mio caro amico, sappi bene ch’egli pare cosí a me di sentirle, come pare ai Coribanti di sentire i flauti; e dentro me ancora il suono di queste parole rimbomba sí, che mi fa a tutt’altro esser sordo. Dunque, Critone, tu sai ora come penso; se mi vuoi contraddire, è fatica gittata la tua; ma, se credi di potere altro, di’.
CRITONE Socrate, non ho che dire.
SOCRATE Dunque, Critone, lascia stare: andiamo pure per questa via, che è quella per la quale ci mena Iddio.

Tratto da: "Dialoghi", di Platone, nella versione di Francesco Acri (Liber Liber)

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