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La poesia ritrovata di Giovanni Di Donato. Tra grazia e ombre.

venerdì 3 agosto 2018, di redazione


G. Di Donato, Come le ombre al tramonto , Elaborazione Blue Service, 1996 – pp. 27 Sanremo

È stata una piacevole scoperta quella della breve silloge Come le ombre al tramonto (Sanremo, 1996) di Giovanni Di Donato [Carinola (Ce), 1957], autore pressoché sconosciuto che, dopo quest’unica esperienza, pare abbia scelto di rimanere nell’ombra, al riparo da ogni attenzione, da ogni forma di contatto letterario. Una scelta che già proietta una luce precisa sulla natura schiva e appartata di chi ha fatto della solitaria e urticante riflessione la peculiarità del suo modo di essere al mondo.

La raccolta è ispirata da un autobiografismo emozionale capace di sprigionare una lacerante nostalgia, uno stato d’animo dolente che nasce da una sofferta riconsiderazione del proprio vissuto, di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere. Prigioniero di un torpore esistenziale, di una «sonnolenza dell’anima», il poeta tenta, strenuamente, di ritrovare «quelle immagini nitide e chiare» dell’infanzia, quando l’esistenza sfila serena tra sogni e speranze e nulla sembra poter intralciare la luminosa promessa della vita. Tutto, però, svanisce: «l’iniquo tempo scorre» e travolge le illusioni che ancora divorano l’animo del poeta che, stremato, «… ritorna alla/ scialba e immutabile realtà».

Sentimenti densi ed emozioni vivide di una stagione felice, ma irrimediabilmente passata, ardono tra le ceneri del presente come lontana brace: «… ora comprendo appieno/ la bellezza di quel tempo sereno,/ in cui niente turbava la pace dell’anima,/ immersa in serene speranze,/ di cui ora non sono più capace» (in Ricordi). Reperti di sogni, ricordi, speranze infrante, disillusioni, disagi esistenziali che, come delicate foglioline, impreziosiscono dignitosamente i versi di Di Donato, in cui, spesso, si riconoscono (si veda anche Il tramonto e Scende la sera sul borgo natio) evidenti tracce leopardiane.

In Ad una città, la condizione di solitudine si spande ai limiti di una misantropia che spinge l’autore a rifiutare ogni nuovo inizio: «odio il sorgere del sole», gravido di quel futuro di cui conosce già il triste epilogo; odia il dimenarsi, l’affannarsi inutile della gente, il suo chiacchiericcio. La fuga dal mondo è sancita negli ultimi due versi: «Il fuggir dagli uomini resta sempre/ l’aspirazione mia più bella». Altrove, il poeta ricorre all’immagine dell’ombra ‒ richiamata sin dal titolo della raccolta ‒ in cui si identifica, nella speranza di un progressivo dissolvimento: «Mi muovo, solo, ombra nell’ombra,/ le mani strette in un dolore senza fine,/ l’animo chiuso ad ogni speranza». Una poesia dalle atmosfere, inevitabilmente, meste, spente, autunnali, come lo stato d’animo del poeta che anche nella luce estiva riesce a cogliere solo l’agonia dei colori che già «sfumano le loro tonalità/ in quelle rossicce della stagione dei morti».

L’autoreclusione scaturisce, senz’altro, da una profonda insoddisfazione per il presente, tempo di disagio e disarmonie in cui nemmeno l’amore sembra poter lenire le ferite subite. Nel disperato dialogo con la figura femminile, nel vano tentativo di una ricomposizione affettiva, il poeta crolla sotto il peso dell’impresa e nello sconforto adombra «la voglia del gran salto» come via d’uscita, a cui attribuisce un’inaspettata e sorprendente valenza: «Ho lasciato in ordine le tue cose,/ mi danno una parvenza di affetto./ Ho lasciato in ordine le tue cose,/ mi rassicurano che il salto non è nel nulla». L’amore, che pure spesso è invocato, sembra impossibilitato a placare le ansie e i tormenti del poeta. Esso è lontano, evanescente, e appartiene, oramai, ad una regione remota e inaccessibile, da cui arriva appena un bagliore, una luce diafana, grazie all’azione di un elemento esterno: «la tua immagine il vento m’ha portata»; oppure è contemplato tra le nebbie di un sogno ricorrente, o nella mesta rivisitazione di posti che hanno perso la penombra amorosa e in cui, ora, risuona solo l’eco di parole fredde, morte: «Ora, quel luogo che vide l’abbraccio/ dei nostri cuori, mi riporta solo le tue parole, vuote …».

Come grumi i ricordi affiorano, a volte dolorosi, ma sempre rincorsi dal poeta per risalire alle origini di uno stato di purezza, nel disperato tentativo di sfuggire alle asfissianti maglie di un presente offuscato, svuotato, popolato di fantocci di cartapesta, di fantasmi opachi. Ma la nostalgia in cui si risolve il poetare di Di Donato, è il risultato di una scelta tutt’altro che rinunciataria, remissiva, inconcludente. Al contrario, si tratta di una scelta coraggiosa, titanica, che contrasta col senso comune della nostalgia intesa come inutile e sterile ritorno al passato. Nel recente, La nostalgia ferita (Einaudi, 2018) Eugenio Borgna, rivaluta la nostalgia, ribaltandone il significato comune che le è stato attribuito nel corso del tempo. Essendo la nostalgia la modalità riflessiva del desiderio di un ritorno al passato, il desiderio come tale non può che risolversi e attuarsi in un tempo futuro. A differenza del rim-pianto (in cui si piange per qualcosa o qualcuno perso per sempre), la nostalgia ci invita a ri-vivere una stagione, un’emozione, un sentimento che è collocato nel passato. Un passato, quindi, tutt’altro che sepolto, a cui possiamo attingere per modificare e rendere migliore il nostro presente.

Il poetare dell’autore, sempre accorto, misurato e rispettoso di modelli stilistici della tradizione, seppur risente, comprensibilmente, di alcune acerbità, non cede all’indirizzo di tanta poesia contemporanea che muove verso la frattura e il dissolvimento della prima persona singolare. Al contrario, Di Donato parla di sé, non esce dal suo universo. Il mondo di fuori trova pochissimo spazio nella sua riflessione tutta rivolta a perlustrare un hortus conclusus, in cui rincorre e rivive, con sguardo disilluso, la grazia e le ombre di una struggente nostalgia.

Giovanni Nacca

 


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