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Roberto Alajmo e la sua ultima estate

martedì 2 ottobre 2018, di redazione


R. Alajmo, L’estate del ‘78, Sellerio, Palermo, pp. 173 – Euro 15,00

I libri sono sempre un appuntamento col destino. Questo vale per il lettore, ma ancor più per lo scrittore. E L’estate del ’78 ne è un caso esemplare: un libro a cui il suo autore non avrebbe potuto sfuggire.

Dolorosa e irta la strada che ha dovuto percorrere Roberto Alajmo nel ricostruire la drammatica vicenda familiare che lo ha segnato per sempre: la morte della madre, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite. Un libro con cui l’autore decide, dopo anni, di fare i conti col passato quasi come per liberarsi di un rimorso, di un sordo, ma implacabile senso di colpa.

La narrazione parte dall’ultimo e casuale incontro che lo scrittore ebbe con sua madre, nel luglio del 1978, in una Palermo arsa dal sole. Un gruppo di ragazzi, alle prese con la preparazione degli esami di maturità, decide di concedersi una pausa per un gelato. Nella familiare Via Stesicoro, il giovane s’imbatte inaspettatamente con la madre, seduta a terra in modo inusuale. La scena, del tutto imprevista, crea un generale senso di imbarazzo: gli amici, silenziosamente, si allontanano, mentre tra i due avviene un breve dialogo di circostanza. Nessuno dei due avrebbe mai immaginato che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro. Pochi mesi dopo, infatti, la donna fu ritrovata morta nel suo appartamento e le R. Alajmo, L’estate del ‘78, Sellerio, Palermo, pp. 173 – Euro 15,00indagini di rito conclusero che si trattò di suicidio. La scena resta impressa nella mente del ragazzo che da allora divide gli accadimenti tra il prima e il dopo, con uno strascico che assale continuamente la sua memoria, la sua storia, la sua vita. In fondo proprio con lui la madre aveva intessuto un rapporto di complicità, non solo di natura affettiva, ma anche intellettuale, condividendo l’amore e la passione per i libri, per la letteratura.

Lei è Elena, all’anagrafe Elena Parrino, che da tempo non vive più con la famiglia che ha lasciato a causa del suo precario stato di salute, minato negli ultimi anni da continui disturbi psichici, peraltro, amplificati dall’assunzione di farmaci di dubbia efficacia. Un allontanamento volontario, che il giovane figlio vive sì con disagio, ma un disagio in cui, oltre a incertezza e timore per il futuro, avvertiva anche un inconfessabile senso di liberazione da chi era costretta a continui ricoveri clinici.

Servendosi di lettere, testimonianze, fotografie – alcune delle quali comprese nel libro – e delle carte delle indagini condotte dalla polizia, l’autore, riannoda la propria storia familiare e affronta il buco nero di quell’evento col tentativo di operare una difficile riconciliazione, una ricostruzione affettiva che potesse dissipare quella diserzione vissuta nei confronti della madre, da tutti considerata ‘quella un po’ strana’. Del resto in una Palermo ancora ingessata in antichi pregiudizi e ammuffiti moralismi, non poteva avere vita facile una donna come Elena, anticonformista e temeraria, addirittura divorziata – e con un nuovo compagno! Nel suo lavoro di insegnante perorava le teorie di Don Milani; a casa passava lunghe ore a letto assorbita dalle sue letture, oppure si dedicava alla pittura, in cui sembrava aver concentrato tutte le sue aspettative. La già difficile condizione di salute – frequenti e atroci mal di testa – precipitò a causa della continua assunzione di un farmaco che le procurò ben presto uno stato debilitante di dipendenza. Al terribile vortice di disperazione si aggiunsero vari fallimenti: un concorso a preside andato a vuoto, la modestia dei risultati raggiunti nell’attività pittorica, le macerie della sua relazione coniugale.

Con felice piglio narrativo, Alajmo riprende un piccolo, ma significativo episodio del passato di Elena e che adesso contempla in tutta la sua inquietante luce profetica. Sul frontespizio di un libro di poesie di Ignazio Buttitta, il poeta siciliano scriveva la dedica: “A Elena, Ca vulissi afferrare ‘u munnu/ e ‘u munnu ci scappa ri manu”. Quel mondo che sembrava a portata di mano, le sfuggì, ritrovandosi sola e seriamente malata a vivere nella centrifuga dell’angoscia. Proprio il baratro familiare e personale sembrò essere stato il detonatore di quel gesto estremo che Elena compì per porre fine ai suoi giorni. Nel giovane il rimpianto cresce come un’onda e resta folgorato per sempre da quell’ultimo incontro, da quell’ultima volta che lo perseguita, lo colpisce alle spalle, come un colpo a tradimento.

Eppure, nonostante tutte le evidenze, il figlio decide di perlustrare le pieghe del passato familiare per cogliere il baluginio di una verità nascosta, qualcosa, un dettaglio, per giungere ad un’altra spiegazione dei fatti. Lo troverà?

Il libro diventa così un’indagine sulla morte, ma anche sul senso della vita, sul tempo passato e sul presente. Una ricerca appassionata che non sfuma nel giallo, che non ha niente del banale poliziesco, ma che invece porta l’autore a riflettere sul rapporto, a volte oscuro e misterioso, tra figlio e genitore. Non solo con la madre, ma anche col padre Vittorio, col quale ebbe sempre un rapporto conflittuale – quello col padre è un altro epicentro della sua storia personale! Una riflessione che oggi, a ruoli invertiti, l’autore fa col figlio adolescente Arturo, in cui rivede molto di sé, sorprendendosi a sua volta, con ribrezzo misto a stupore, di somigliare al padre.

Dolore e sofferenza, malinconia e nostalgie, ma anche fugaci momenti di gioia, sono tenuti insieme in un difficile equilibrio che l’autore raggiunge grazie a quella modalità sorriso fra le lacrime che gli consente di controllare lo sciame sismico di quegli eventi che ancora lo attanagliano.

Giovanni Nacca

 


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