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Don Ciccio Montesano (2): discorso funebre per Marco Tullio Petrella

venerdì 11 aprile 2014, di redazione


Continuando la pubblicazione delle carte di Don Ciccio Montesano oggi presentiamo ai lettori il secondo discorso funebre dei tre che ci sono giunti, scritto per il maggiore degli Alpini Marco Tullio Petrella, morto in tempo di guerra, nel 1941. E’ una orazione incompleta, purtroppo, scritta su paginette di quaderno con grafia ordinata. Sembrerebbe dunque una versione definitiva al contrario dei rifacimenti riguardanti il discorso per Salvatore Raimondo che abbiamo pubblicato in precedenza. Alcune parole sono illeggibili a causa della consunzione dei fogli.

Questo discorso si presta a più di una osservazione. Innanzitutto rileviamo in alcune frasi degli echi marziali che richiamano un po’ la retorica del tempo. Pur non condividendo, anzi combattendo il sistema politico in vigore , anche il linguaggio del nostro risente evidentemente dell’humus nel quale si è compiaciuto il regime fascista ma riverbera anche di lontani echi risorgimentali. Espressioni come “nei nostri forti petti”, “Patria, santa genitrice”, “Chi per la patria muore non muore mai” (1) testimoniano il retaggio storico-culturale ottocentesco che ha impregnato a fondo la nostra cultura e la retorica del primo ‘900 che ha fatto proprie le glorie del passato.

Più sorprendente è l’immagine che precede quest’ultima frase, il defunto accolto nei Campi Elisi dalla dea Atena. Essa è ereditata dalla mitologia antica e suona alquanto impropria in bocca a un sacerdote durante un rito funebre in una chiesa. Ma non c’è da meravigliarsi più di tanto perché essa trova collocazione nell’ars oratoria del tempo, di matrice classicheggiante, che fa largo uso di immagini, allegorie, riferimenti appartenenti alla cultura greco-romana. In questo modo sembra che il defunto continui anche nell’oltretomba a vivere le sue gesta militari assistito da Atena, dea della sapienza e della guerra, lanciatrice di dardi (Pallade). Il linguaggio sostiene e anima un discorso che vuole essere elevato e erudito, per cui ricorrono termini aulici come ‘conquide’, ‘equorea’, ‘figgeremo’. L’oratore si lascia un po’ prendere la mano e alterna reminiscenze colte con voli poetici (‘sull’ali del vento’, ‘col fragor della tempesta, ‘profumato maggio’, ‘quando imperversa la tempesta, quando il tuono rumoreggia’ ).

E’ veramente un peccato che non abbiamo il testo completo del discorso che evidenzia ben altra tensione rispetto a quello in memoria di Salvatore Raimondo, ben altra ricchezza concettuale e terminologica. Sarà perché il defunto, militare, offre maggiori spunti magniloquenti, più numerose possibilità di esplorare campi oratori e dar libero corso alla fantasia. Di Marco Tullio Petrella, di questo maestro e militare non disponiamo di documentazione ma fortunatamente possiamo ricavare qualche notizia dal testo “La mia terra, i suoi grandi e il mio diario di guerra” del curato don Angelo Florio, pubblicato nel 1954 presso la Tip. Beato di S. Maria CV. Egli inserisce il Maggiore Petrella tra i grandi del paese tratteggiandone così la figura: “giovanissimo nella Grande Guerra 1915-18 da sottotenente degli Alpini per virtù militari è decorato di medaglia al V.M. e per meriti di guerra è promosso in servizio permanente, rinunzia all’insegnamento elementare in paese e resta Tenente degli Alpini. La Seconda Grande Guerra Mondiale lo trova Maggiore Alpino sul fronte settentrionale dove il suo battaglione fu quasi distrutto e la forte fibra del Maggiore Tullio Petrella intaccata è portata alla tomba dai disagi e dalle asprezze di quelle durissime battaglie, la cui pagina più sanguinosa fu scritta proprio dagli alpini […] Quasi morente Tullio Petrella è ricoverato in Ospedale a Verona, dove morì il 20 dicembre 1941 non ancora cinquantenne, lasciando in noi […] il suo gradito ricordo di squisito, garbato, signorile e gentile insegnante”.

Un’esistenza così pericolosa in una cornice storica tanto drammatica non può che ispirare a don Ciccio accenti magniloquenti ed enfatici ed egli fa del suo meglio per essere all’altezza del personaggio che sta onorando. E allora leggiamo questo incompleto discorso:

Amor di Patria, amor di figlio, affetto fraterno e sentita amicizia hanno fatto di te, o Tullio, quel purpureo fiore che da tutti i suoi petali spande profumi e che t’ha data la giovinezza perenne. Tu, fior di nostra gente, hai estrinsacati (sic) i più alti valori racchiusi nei nostri forti petti e tua è stata la beltà che irraggia, tua è stata la bontà che conquide, tua è stata la lealtà che affascina, tua è stata la fierezza che domina, o Tullio.
Il tuo animo, abituato a mirare dall’alto, ha conservato sempre il suo candore bianco come le nevi che tu amavi, bello come gli edelweis, con cui tante volte eri solito adornare il tuo cappello, caldo come il sole sa esserlo sulle scintillanti vette delle nostre Alpi da te possedute e dominate. Mai tormento squassò la tua persona, mai volgarità sfiorò l’animo tuo, mai valanga distrusse o so... il tuo alto sentire, mai nebbia offuscò lo sguardo tuo, o Tullio.
La tua fronte è sempre bella è sempre nobile, è sempre pura, poiché nell’animo tuo hai sempre nutrito caldi sensi d’affetto per la mamma tua, per te avente caratteri divini, per i tuoi fratelli e per gli uomini tutti e principalmente per la Patria, santa genitrice, avente per te tutte le bellezze di un’altra madonna. E’ per questa che hai coscientemente offerta la tua giovinezza materna e terrena. Oh te beato che hai saputo consacrare te particolaramente
(sic) al bene della Patria. Oh te beato poiché in questo momento sei nei campi Elisi, con te Pallade Atena fila il suo più dolce idillio. E benché ora il tuo corpo esamine (sic) sta innanzi a noi tu vivi tutt’ora e vivrai in eterno che chi per la Patria muore non muore mai.

Noi continueremo perciò a portare la fraganza (sic) delle tue virtù, noi sentiremo sempre la tua voce, dolce come un’armonia equorea, noi mireremo sempre il tuo sorriso amabile, noi sempre figgeremo gli occhi nostri agli occhi tuoi lucenti, noi sempre tufferemo l’animo nostro nell’animo tuo e lo ritrarremo purificato.
E tu, o Tullio, verrai a noi carezzevole sull’ali del vento, o forte col fragor della tempesta, verrai a noi col profumato maggio, verrai a noi coi rosei melancoleci
(sic) tramonti autunnali, verrai a noi nelle ore prime e in quelle dell’amore, verrai, parlerai, sorriderai a noi, e la tua parola sarà monita (sic) per noi, il tuo sorriso sarà lode per noi, o Tullio.
E noi, nelle ore buie, nelle notti fonde, quando imperversa la tempesta, quando il tuono rumoreggia nel cielo e staremo per essere travolti volendo scrutare i fati, verremo a te, parleremo a te, e tu tutto ci dirai, ci consiglierai, ci guiderai, ci drizzerai la strada innanzi o Tullio. Per te con te educheremo nei nostri cuori le virtù sociali, per te e con te fremeremo d’amor di Patria, o Tullio.
Continua a vivere tu la tua giovinezza perenne, poiché hai saputo rapire la favilla dell’immortalità; continua a vivere la tua giovinezza perenne conquistata col tuo nobile ardire, continua a vivere la tua giovinezza perenne, circonfusa da una aureola più fiammeggiante di una rossa aurora.
Gli amici, la famiglia, la Patria rapiscano essi pure una favilla al sole e rischiarano la tua sotterranea notte; cipressi e cedri non son soli a protendere su te perenne verde in memoria perenne i puri effluvi si congiungono con le nostre ... e profumeranno...

Nota:
(1) Si tratta di una rielaborazione dei ben più famosi versi “chi per la patria muore… vissuto è assai” di Paolo Pola musicati da Saverio Mercadante nel 1826 nell’opera “Caritea, regina di Spagna” che avevano infuocato l’ardore dei patrioti risorgimentali.

frates

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