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La poesia di Anna Ruotolo in formato telegramma

sabato 3 dicembre 2016, di redazione


A. Ruotolo, Telegrammi , ‘round midnight edizioni, Campobasso
anno 2016 – pp. 93 – traduzione in spagnolo di J. Belotto – Euro 8,00

Ormai  non sorprende più la giovane poetessa casertana Anna Ruotolo. Col suo ultimo lavoro, Telegrammi, si conferma autrice di punta dopo le prime due raccolte di successo – Secondi luce (2009) e Settantaquattro modi di chiamarti (2011) – segnalandosi per freschezza e densità, originalità e maturità di un verso che rimane, sapientemente, in bilico sulla pagina tra respiro e attesa, tra il lindore della parola e il vapore delle immagini.

Il titolo esprime tutta l’urgenza di colmare una distanza creatasi nel tempo tra la poetessa e un mondo, personale e sociale, che rumoreggia con tutte le incertezze e le incognite del presente. La brevità quasi aforistica dei testi – scritti in una lingua vicino al parlato – d’altra parte, non sottrae nulla alla profondità e alla levità di una scrittura in cui si avverte l’eco dei grandi del nostro ‘900 (Gatto, Montale, Luzi, Sereni). I 41 ‘telegrammi’ – che Jesús Belotto traduce in spagnolo – si levano soffici come nuvole e avvolgono il lettore in una dimensione inedita, priva di riferimenti temporali e spaziali, quasi in una sorta di non–luogo. Ne consegue un generale senso di inappartenenza, uno stato di assenza che diventa la cifra stilistica di questi dispacci: assenza di un amore o di altro, magari di un sogno; infranto o mai realizzato? Bene fa Giovanna Rosadini a sottolineare, nella sua postfazione, come il dialogo a distanza dell’autrice, che si intreccia con un tu plurimo – singolare, ma anche collettivo – esprime tutto il disagio di una difficile ‘residenza’: «Fra poco potrò arrivarti accanto/ da un non-dove, un non-c’è-più, un’arca/ un’apocalisse» oppure «tu starai in un questo o in un quando/ o in un certo chissà». È come se fosse necessario mischiare le carte e fornire nuove coordinate, indispensabili, per riprendere un cammino interrotto ed uscire dalle paludose terre del nulla.

Si avverte che c’è stato un prima, un tempo certamente difficile, forse, a tratti, pure deludente, che adesso è necessario lasciarsi alle spalle. Nonostante il carico di apprensione e di minaccia che continua a trascinare con sé il verso d’apertura «Stanno addestrando cani da caccia», la poetessa è decisa a mettere un punto fermo e a ripartire, a ricostruire quella rete di relazioni che sembrava essersi smagliata, precisando «Nel mentre, rispondo a qualche invito/ ricucio amicizie». La paziente opera di ricostruzione trova traccia in Poesia di residenza (appunto critico del 2013) in cui si precisa, a proposito del carattere civile della poesia, che: «Il vero impegno civile è quello di ricostruire i luoghi, gli incontri, ricucire gli spazi di una memoria perduta o, meglio, cancellata …». Il riscontro tra testo poetico e riflessione critica dimostra quanto sia intimamente coerente la poesia di Anna Ruotolo con la ‘realtà’; una poesia profondamente concreta, che spazza ogni eventuale allusione a un’evanescenza dovuta a un registro linguistico semplice, aperto, ma coraggioso: un procedere apparentemente facile, utilizzando un ventaglio di elementi basici e situazioni semplici, una semplicità che non è difficile ricondurre alla poesia di Claudio Damiani. Al contrario, viene ribadita a più riprese, la necessità di puntare i piedi nel presente, più precisamente in quell’ ‘oggi’ che segna il punto di svolta rispetto al passato. Una sorta di proclama pronunciato con mitezza, ma espresso con chiarezza in molti versi che giungono veloci – appunto, come telegrammi – che annunciano tempi nuovi: «Volevo dirti che solo oggi/ è nato tutto», oppure «Oggi è la prima aria di neve», «Oggi perderemo qualcosa insieme», «Oggi si è aperta a conchiglia la tua mano».
Sono versi che sgorgano felici, non senza delicati richiami ermetici, che non lasciano trasparire alcun rimpianto per il passato: qui e altrove, giunge pure l’eco dell’opera di Milo De Angelis per quel velo di mistero che aleggia in alcuni versi e che sembrano dettati da lontano, come da una voce fuori campo. Ne nasce così un contesto senza contorni, privo di certezze adamantine, dove anche il sole «correva come niente/ e come nessuno»; la stessa città è un’entità indefinita che si riflette in uno specchio offuscato di cui sono percepiti solo deboli segnali, quasi come un corpo malato auscultato dal medico. La città, infatti, «si lamenta nel sonno», sembra smarrirsi, tanto che le «direzioni si sono sparpagliate» e ogni memoria si dissolve; altrove, addirittura, è prossima a frantumarsi, a deflagrare quasi. Tuttavia, non solo lo spazio esterno risulta deformato, rarefatto, ma anche quello più interno – oserei dire domestico – è sfocato in una confusione che sovverte ogni ordine precedente, ogni rassicurante abitudine: e allora le stanze si “riducono”, sono “scosse”, diventano il luogo di un emblematico conflitto “numeri e tazzine/ lanciavo da un davanzale”. È come se pulsasse ancora la fitta di una lacerazione, una ferita difficile da sanare, dove il reiterarsi della parola ‘stanza’ svela una frequentazione con la poesia di Billy Collins, A vela solitaria intorno alla stanza (Fazi, 2013), una sorta di diario di bordo che il poeta americano scrive durante la navigazione nella sua stanza, tra gli oggetti della vita quotidiana. Anche la Ruotolo ama indugiare nella sua stanza, la perlustra con cura, la tutela da ogni aggressione. È il caso di riportare una breve, ma bellissima poesia – tra le più riuscite – in cui la poetessa, a suon di metafore ed analogie, con abilità mimetica, respinge tenacemente l’assalto di quanti vogliono irretirla, allontanarla dalla gioia della parola poetica: «Qui in questa stanza/ entrano ancora nuvole./ Tutti vorrebbero aggiustare/ il soffitto./ Ma il soffitto è buono/ non ha buchi. Ha sentieri».
La poetessa è barricata nella sua stanza, lo spazio più intimo dove solo lei può rinchiudersi a leggere, scrivere, sognare, dove entrano ancora nuvole. Ma l’intimità è minacciata, è violata da tutti coloro che le danno consigli per riparare il soffitto, ed impedire così l’entrata dei sogni; per altri, magari, sogni inutili, che comportano imperdonabili perdite di tempo, trascinandola lontano dalla realtà, dal mondo materiale, dalle cose concrete. Ma il soffitto – che si vuole riparare – non presenta lesioni, non ha buchi, ma solo sentieri: sentieri che conducono nel mondo della parola poetica, la cui bellezza riverbera sulla vera concretezza della vita. È un urlare a tutti l’insopprimibile bisogno di poesia, l’impossibilità di stare al mondo senza di essa. Ad essa ci si affida senza tentennamenti, invocando salvezza: «Salvami, salvami!/ Portami a leggere e a studiare/ (a farci un mestiere, a riempirci una casa)…», consapevole delle sue qualità prodigiose che, pur nell’estrema fragilità, è in grado di resistere alla violenza, ai ricatti, ad ogni viltà: «Resiste al timore, al coltello/ alla morte, alla banderuola». L’intento di salvare sé e il suo mondo, orienta la poetessa a rimettersi in cammino, a raccogliere in silenzio le sue cose e a lasciare, in segno di fiducia, la porta aperta, senza chiuderla mai, nell’attesa di un ritorno di chi è assente, il destinatario di questi telegrammi.

E allora tutto si riaccende, tutto riceve nuova luce per cui è possibile anche aggirarsi in «una sera un poco meno notturna», e la poetessa arde tutta di passione. Una passione che investe ogni cosa: illumina una «domenica tutta accesa»; gli alberi sono lingue di fuoco che s’allungano «preganti verso il cielo»; ovunque divampano case e sentieri; la luna s’infiamma e anche la terra dei morti sprigiona un caldo inatteso. Tutto pulsa di passione, d’amore, di speranza, di «fede che ci fa tornaresemprealla porta bruciata» e restare in attesa di «un Dio che avevamo perso».

  Giovanni Nacca

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