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Giulia Rusconi: dolore e poesia in corsia

domenica 14 ottobre 2018, di redazione


G. Rusconi, Linoleum, Amos Edizioni, Venezia - Mestre
anno 2017 – pp. 49 – Euro 12,00

Può una corsia o reparto d’ospedale che ospita pazienti affetti da gravi e spesso irreversibili patologie, trasformarsi in un luogo dove prende a germogliare poesia? La risposta, dopo aver letto la raccolta Linoleum di Giulia Rusconi, è decisamente – e per certi versi sorprendentemente! – affermativa. Al posto di inflazionati tramonti o bucoliche distese, languidi ricordi o memorie familiari, amori infranti o platonici tormenti, che gravano in tanta nostra poesia, il lettore s’imbatte in aghi, pannoloni, garze, flebo, medicinali, terapie d’emergenza, sedie a rotelle. L’impatto è immediato, si è proiettati in una condizione di estrema precarietà in cui i pazienti «... si torcono/ dal male, scalciano, sale nella zucca/ non ne hanno, nemmeno le parole/ o la forza di mettersi seduti», sono in bilico come «birilli in attesa/ della stoccata finale» versi, quest’ultimi, che rimandano, in qualche modo, alle immortali e tremule foglie ungarettiane.

Senza soffermarsi al dato immediato, al dato puro e semplice, evitando il rischio di offrire sterili soluzioni consolatorie, viene colta la drammatica condizione dell’uomo, quella del suo limite: «Accorgersi con stupore/ che a impressionare non è la morte/ ma il dolore …», il dolore che annichilisce, annienta, che vince su tutto e su tutti, che si annida nelle ore del giorno, tra le lenzuola del letto: «… quella è una donna su un letto/ ma a dispetto di quello che appare/ non è più niente».

La giovane poetessa veneziana (infermiera di professione) s’aggira in questi santuari di sofferenza con grande umanità, registrando tutto, ogni cosa, ogni più piccolo gesto, persino la «vanità dolcissima/ di uno specchietto tra lo smalto rosa/ un pettinino tra i capelli grigi» dell’anziana paziente che credendo «di non essere vista/ si sorride, si fa l’occhiolino». Pudiche e umanissime resistenze che, improvvise, come bagliori, infiammano sogni e speranze di un ritorno alla normalità: come il ballerino, a cui sta a cuore nascondere l’apparecchio per il drenaggio, una volta ritornato nelle amate sale da ballo, o come l’ex detenuto, ora immobilizzato più che nella detenzione di un tempo, che rimpiange la libertà di camminare, di mangiare, quando «aveva voglia di fare del sesso/ si ricordava di desiderare».

Come una sorta di ‘medium’ entra in contatto con i malati, ne percepisce i pensieri più profondi, sfiora il loro sgomento di fronte all’abisso che si apre inarrestabile «… L’ora mia è suonata/ dice in un lamento, Sento come/ che a catena tutto cede»; e allora somministra la ‘cara morfina’, versa ‘fiumi di xanax’ per soccorrere i suoi amici, ne diventa la confidente affettuosa, tesse con loro la trama di un dialogo terapeutico, coglie frammenti di storie vissute sino a rimanerne, irrimediabilmente, contagiata. Anche quando rincasa, fatica a rientrare nell’ordinaria ferialità, porta con sé un sordo dolore, non riesce a staccarsi dalla «paziente del letto trentasei» che s’approssima alla fine. E, disarmata, confessa a se stessa: «Ci penserai, non avrai scampo./ Alle dieci metterai la bimba a letto/ non capirai, e non vorrai capire/ quelle lacrime a bagnarti il petto».

Eppure, tra tante derive e cedimenti, mai viene meno la dignità di questa pattuglia di disperati che, sino alla fine, ricorre ad ogni sorta di stratagemma, consapevole della necessità di dover stare sempre in guardia, perché «attenzione/ la morte è furba,/ non distrarsi, neanche un momento».

Pur essendo difficile il binomio ‘poesia – malattia’, non sono poche le esperienze in cui, negli ultimi anni, diversi poeti si sono incaricati di perlustrare, indagare, interrogare questa delicata condizione, spesso occultata dalle fluorescenze televisive che obnubilano le nostre coscienze. È appena il caso di ricordare libri come Residenze invernali (1992) di Antonella Anedda, la cui sezione che dà il titolo alla raccolta, nasce dall’esperienza di un ricovero ospedaliero, oppure Ricordi di Alzheimer (2008) di Alessandro Bertoni e Trittico del distacco (2015) di Pasquale Di Palmo, che affrontano i risvolti, individuali e sociali, di un progressivo smarrimento, di una inarrestabile smemoratezza. Rientrano ancora in questo difficile, quanto coraggioso cammino, Porta luce il dolore (2012) di Giuseppe Rotoli e Unità di risveglio (2008) di Giovanna Rosadini: il primo, registra il calvario dell’autore e della giovane figlia, entrambi vittime di cancro; il secondo, narra di una difficile ripresa dopo le drammatiche conseguenze di un banale intervento chirurgico.

In questo filone s’inserisce con discrezione, ma con decisione, senza ricorrere ad alcuna scrittura crittografica, la Rusconi che, come vigile sentinella, pronta a dispensare uno sguardo di profonda comprensione, non si lascia prosciugare dall’indifferenza generale, né dall’opacità del linoleum (il tipico pavimento degli ospedali) che: «rifletteva le luci di fuori/ annullava tutti i colori».

Giovanni Nacca

 


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