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Camorra, strage immigrati: interviene De Franciscis

"Lo Stato combatte una guerra con armi spuntate"

sabato 20 settembre 2008, di redazione


"L’arroganza della camorra sul nostro territorio ha raggiunto ormai livelli intollerabili, specie per la stragrande maggioranza dei cittadini onesti che quotidianamente si impegnano e si battono con fatica per il riscatto di questa terra. Cos’altro bisogna attendere, dopo la strage della scorsa notte sul litorale, perché lo Stato reagisca con fermezza e determinazione?". Lo afferma il presidente della Provincia di Caserta, Sandro De Franciscis, alla luce delle uccisioni di sei immigrati e di una settima persona avvenute nella tarda serata di ieri a Castel Volturno.
"Se quella che vivono oggi la nostra provincia, e l’intera area metropolitana napoletana, strette nella morsa di una criminalità feroce e che lancia giorno dopo giorno la sua sfida allo Stato, non è una emergenza di carattere nazionale - riprende De Franciscis - significa che a livello di Governo e di Parlamento non si è ancora ben compreso il livello di guardia raggiunto e la pericolosità della deriva imboccata. Le Istituzioni del territorio fanno la loro parte ogni giorno, ma gli Enti locali che poteri hanno di incidere su un fenomeno così vasto? Noi apprezziamo l’accresciuto impegno dei magistrati ed i risultati raggiunti dalla Dda, la dedizione e la responsabilità delle Forze dell’ordine sul territorio così come abbiamo salutato con gratitudine il rafforzamento dei presìdi di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza in determinate aree. Tuttavia - aggiunge ancora il presidente della Provincia - è evidente che tutto questo non basta a risolvere i problemi. Servono più efficaci azioni di intelligence, che significa il ricorso a più sofisticati strumenti e l’impiego di maggiori risorse anche economiche. Gli uomini che rischiano ogni giorno la loro vita per contrastare la criminalità organizzata meritano più rispetto e devono essere messi in condizione di lavorare al meglio. Nel Casertano si consuma oggi un paradosso: di fronte all’incalzare della ferocia criminale, che non conosce più limiti, lo Stato non è ancora all’altezza del compito cui è chiamato. In definitiva - conclude De Franciscis - si sta combattendo una guerra con armi spuntate".

comunicato stampa

 

1 Messaggio

  • Camorra, strage immigrati: interviene De Franciscis

    22 settembre 2008 09:07, di paparente

    “La maggior parte della gente rispetta le leggi dello Stato non perché le tema, non perché tema la sanzione penale o civile che sia, lo fa perché ritiene che sia giusto non uccidere o non sorpassare in curva. E se così non fosse, cioè se la gente rispettasse le leggi solo perché le teme, non basterebbero tanti carabinieri per il numero di persone che ci sono nel nostro paese; la maggior parte di noi rispetta le leggi perché SENTE il dovere di osservarle”. “Tanto più il cittadino si sente parte integrante dello Stato, con tutte le sue ramificazioni di Regione, Comune e Provincia, tanto più sente il dovere di rispettare le leggi”. “Questo è ciò che accaduto storicamente nel Meridione d’Italia, dove il cittadino si è sentito estraneo allo Stato; non ha sentito l’impulso istintivo a rispettare le leggi. Ciò è accaduto principalmente nelle tre grandi regioni del sud: Campania, Calabria e Sicilia, dove si è venuta a creare una vera e propria disaffezione verso lo Stato e le sue leggi”. “Questo è il motivo della nascita delle grandi organizzazioni criminali che conosciamo come Camorra e Mafia.”. “Perché?”Perché ci sono i bisogni che il cittadino chiede, quelli economici, quelli sociali, i bisogni di sicurezza, che il cittadino chiede gli siano assicurati dalla Stato in tutte le sue articolazioni regionali, comunali e provinciali; quando il cittadino non si identifica più nello Stato, quando non ha più fiducia in quest’ultimo, cerca di trovare dei surrogati. L’errore è pensare che la mafia abbia colmato il mancato sviluppo economico di queste parti disagiate del paese, quindi sbagliamo se crediamo di risolvere il problema inviando più risorse economiche in quelle zone. Lo Stato ha sì il dovere di sostenere le zone con ampie sacche di disoccupazione, di emarginazione e di miseria, ma se non capterà la fiducia dei cittadini sull’imparziale ed equa distribuzione delle risorse, le organizzazioni sfrutteranno questo profluvio di risorse per meglio lucrare. L’esempio è che quando in Sicilia arrivano delle risorse dallo Stato centrale, la prima cosa che si pensa è che queste verranno spartite dalla mafia”. “Se queste sono le ragioni di fondo della nascita e dello sviluppo della mafia, non illudiamoci che le azioni giudiziarie da sole, possano fare piazza pulita dell’intero fenomeno. Potermo prendere questo o quel capo-mafia potremo accertarne la colpevolezza, ma se non andremo a fondo nel problema,alla radice, la mafia si ripresenterà sempre più forte di prima: abbiamo tutti assistito al grande clamore intorno al maxiprocesso di Palermo, ma finito quello, eravamo punto e a capo”. “Quando un’azione è soltanto giudiziaria e repressiva, ma non incide sulle cause del fenomeno è chiaro che non è efficace”. “Vi è stata una delega totale ed inammissibile nei confronti della magistratura e della forze dell’ordine ad occuparsi essi solo del problema della mafia. Lo Stato non ha fatto nulla per creare le condizioni per una migliore amministrazione , per esempio, della giustizia civile, alla quale il cittadino si rivolge per piccoli fatti o piccole cause civili; un processo civile dura non meno di dieci anni”.Infine c’è l’equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto. …e no!”“Quanti di voi conoscono qualcuno che seppure mai condannato sanno che non è uomo onesto?” “Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale, può dire, beh, ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso”: “Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarne le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica”. “Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è stato condannato quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!” “Questo dovrebbe spingere i partiti a fare pulizia al proprio interno”.

    da: discorso di Paolo Borsellino tenuto a Palermo nel 1989 presso un’istituto superiore


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